Nuovo contratto preelettorale

Corsa per consentire ai docenti e ai non docenti di incassare gli aumenti prima delle elezioni

L’accordo sarà prevalentemente di natura economica

 di Marco Nobilio 

Firmare il contratto in tempo utile per consentire ai docenti e ai non docenti di incassare gli aumenti prima delle elezioni. Secondo quanto risulta a ItaliaOggi sarebbe questo l’ordine del governo impartito all’Aran sui tempi delle trattative. Per rispettare la tabella di marcia l’Aran sarebbe intenzionata a non modificare nulla della parte normativa del contratto attualmente in vigore.

Dunque, il nuovo contratto sarà sostanzialmente economico, salvo qualche piccola operazione di ordinaria manutenzione degli istituti più controversi. In caso contrario non si farebbe in tempo per le elezioni previste in primavera e si perderebbe l’effetto positivo di accrescimento del consenso, sul quale il governo punta per recuperare parte del terreno perso a causa della legge 107/2015. Ma non sarà facile.

La proposta avanzata da alcuni sindacati di utilizzare i 200 milioni previsti dal comma 126, dell’articolo 1, della legge 107/2015, per rimpinguare le magre risorse previste per gli aumenti (che dovrebbero aggirarsi in 85 euro lordo – stato a testa) sarebbe stata bocciata da palazzo Chigi per l’opposizione del Pd, che non intende modificare la legge. La proposta avrebbe consentito al governo di eliminare uno degli elementi più contestati della legge 107/2015: la facoltà discrezionale del dirigente scolastico di erogare somme ai docenti sulla base di criteri di massima che, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, avrebbe creato molto malcontento nelle scuole. L’altro elemento nevralgico è la chiamata diretta. Che pur essendo afferente la materia della mobilità, non può essere cancellata per contratto essendo stata introdotta da una legge. La contrattazione collettiva, infatti, non ha il potere di cancellare le disposizioni di legge, ma solo di introdurre delle deroghe. Deroghe che, secondo quanto previsto dal decreto Madia, devono rispettare i principi contenuti nel decreto legislativo 165/2001. Che prevede anche la sostituzione delle clausole non conformi alla legge con le disposizioni di legge con cui contrastano.

L’anno scorso, per esempio, le parti hanno adottato una soluzione conservativa dell’istituto della chiamata diretta, mitigata con la reintroduzione della possibilità di chiedere il trasferimento per sole 5 sedi di preferenza conservando o assumendo la titolarità della sede in caso di accoglimento. Per il resto, sempre secondo quanto risulta a ItaliaOggi, il governo avrebbe intenzione di conservare il sistema degli scatti di anzianità (i cosiddetti gradoni). Ma anche il ritardo di un anno nella maturazione degli scatti, per effetto della cancellazione dell’utilità dell’anno 2013. Cancellazione che fu adottata dal governo Monti e che anche l’attuale governo intende confermare. Per ripristinare il sistema della progressione retributiva di anzianità, come definita nel contratto attualmente in vigore, ci vorrebbero altri 350 milioni di euro. Più o meno gli stessi soldi che sono stati stanziati per il bonus di 500 euro per l’aggiornamento. Che peraltro sembra siano stati spesi solo per metà dai docenti a causa della notevole complessità della procedura informatica per emettere i voucher. Anche per questi soldi alcuni sindacati avrebbero proposto una modifica della destinazione d’uso per consentirne l’utilizzo a beneficio degli aumenti retributivi. Ma per questa cosa, il governo non intende modificare la legge 107/2015, sia per motivi di merito (il Pd non intende ritornare sui suoi passi) che di procedura.

Eventuali modifiche della destinazione d’uso di questi fondi, infatti, dovrebbero essere adottate con un provvedimento legislativo. Ciò comporterebbe un rallentamento della procedura per il rinnovo del contratto. E taluni temono addirittura che mancherebbero i numeri in parlamento per far passare le modifiche. Nondimeno, rispetto al precedente governo, l’attuale esecutivo ha manifestato notevoli aperture nei confronti dei sindacati. Già solo per il fatto di avere accettato di non modificare le regole fondamentali sul rapporto di lavoro: orario, permessi e, probabilmente, anche la disciplina sostanziale delle sanzioni disciplinari. Tutti temi sensibili che, se modificati in peggio, avrebbero incontrato l’opposizione netta dei sindacati e il rallentamento della contrattazione. In particolare, sull’orario di lavoro non dovrebbero essere introdotte novità. In passato il governo Monti tentò di aumentare a 24 le ore di lezione lasciando invariato lo stipendio, ma non se ne fece più nulla. Anche perché la norma era in odore di incostituzionalità. Idem sui permessi, che potrebbero essere fatti salvi grazie ad un’interpretazione meno restrittiva che in passato delle norme sulla derogabilità delle leggi. Qualche incognita potrebbe sussistere per quanto riguarda il catalogo delle sanzioni disciplinari dei docenti. Si pensi, per esempio, alla paventata estensione ai docenti della sanzione della sospensione fino a 10 giorni, che esporrebbe anche i docenti ad un ulteriore inasprimento del rapporto gerarchico verticale rispetto ai dirigenti, con ulteriori incognite in sede di contenzioso.

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Fonte dell’articolo: ItaliaOggi




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